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giovedì, 08 ottobre 2009



Per non respirare il fumo degli incendi

In treno guardo senz'audio il film americano tipo quelli con Steven Segal ma con un altro attore sempre muscoloso e sempre glabro (questo, se dio vuole almeno non porta il codino) sul computer del dirimpettaio - Acer - che immagino abbia le cuffie o legge il labiale degli attori con un'espressione sola. E ci sono due tizi, uno bianco e uno nero che prima sono amici però poi mi sa che si scopano la stessa tizia (ma sobriamente perché si capisce poco e non si vede niente) e quindi litigano e si picchiano come in Fight Club solo che loro sono poveri e tutti sudati con la canottiera bianca e glabri che si tocchicchiano a torso nudo sembrano pure gay.
Scende di treno un tipo strano che leggeva un tascabile Einaudi ad alta voce silenzioso, come il computer Acer, nel senso che non parlava ma faceva le lettere e le parole con la bocca. Dal bagno arriva una zaffata di merda che ci sono dovuta entrare per forza prima e giuro che ho trattenuto il fiato, alzandomi la maglietta fino al naso come per non respirare il fumo degli incendi perché mi scappava pipì ma onestamente avrei preferito anticipare i tempi della vecchiaia e pisciarmi addosso. Pisciarmi addosso dall'orrore.
postato da: phonomaniac alle ore ottobre 08, 2009 09:38 | link | commenti (1)
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domenica, 20 settembre 2009

Lo Zac morì poco dopo aver visto Rama e io mi ritrovai in ospedale. Ero scesa per Natale a Firenze, portandomi dietro praticamente niente e invece rimasi per oltre un mese. Scesi con una borsina gialla a tracolla e Rama, che avrebbe incontrato i miei genitori per la prima volta. Mia mamma era radiosa d’averci un cane giovane in famiglia, visto che lo Zac non teneva nemmeno più la pipì dall’uscio all’ascensore. Lo portava fuori il più possibile, a qualsiasi ora pensava ne avesse bisogno e poi per riaddormentarsi prendeva il sonnifero.
La notte della vigilia di Natale avevo dei dolori ma ho cercato di resistere perché mi sarebbero dovute venire le mestruazioni ho pensato sarà quello e ho cercato di dormire ma non mi riusciva a chetare il mio stesso corpo e sono andata a svegliare mio babbo che è medico e nel buio gli ho detto scusa babbo e lui mi ha risposto chi è? Mi ha sentito l’addome e più in basso dove stanno le ovaie e avevo male da entrambe le parti e sembrava una cosa mestruale, vediamo come stai domani mi ha detto. Io domani avevo ancora male ma solo a destra e mi ha portato al pronto soccorso dove mi hanno toccata e mi hanno detto non parrebbe appendicite, ti mandiamo a fare un’ecografia addominale. Nelle ore che abbiamo aspettato c’era una signora con la figlia che non si capiva perché ogni tanto sveniva e io ho pensato che non avrei voluto che fosse figlia mia, che una figlia che mi sviene non si sa perché non ce l’avrei voluta avere.
Per l’ecografia dovevo bere mezzo litro d’acqua che per me è una tortura se non c’ho sete. Una volta che pisciai sangue mio babbo mi portò sempre al pronto soccorso e dopo un po’ che bevevo l’acqua Cintoia dal tetrapak supplicai l’infermiera di attaccarmi a una flebo che con l’acqua per bocca avevo la nausea. Mi pare sempre che mi debba uscire il piscio da ovunque, ma ho resistito per l’ecografia addominale che mi pigiava sulla vescica e sui reni. Non c’era verso di andare a casa perché mi mandarono in maternità a fare la prima ecografia transvaginale della mia vita. Mi ricordo di aver pensato che nome esotico per un’ecografia, e poi per il resto avrei solo preso a ciaffate nel viso la dottoressa che mi ha visitata. È irragionevole pensare che un dottore ti debba rassicurare per forza, ma mi avevano trovato queste cisti ovariche e io volevo solo che mi dicessero che non era niente e invece era da operare e i miei tessuti o quel che erano da sottoporre a biopsia. Che biopsia? Dico io e la dottoressa mi risponde che una volta asportate le cisti – lunedì si ricovera – dovevano vedere di che natura erano. Che natura? Dico io. Ma sono benigne, di che natura vuole che siano? La imboccavo io ma lei niente, continuava a dirmi che lo avrebbero saputo solo ad aprirmi. Una dottoressa giovane, che mi guardava tra le gambe spalancate mentre le colleghe ravanavano con lo speculum e il joystick della transvaginale che mi faceva sentire come uno stecco col ghiacciolo, la dottoressa giovane mi diceva ma no, stai tranquilla, di solito va tutto mene. E l’altra, che per antipatia mi ricordava la mia insegnante d’italiano del biennio, mi spingeva dentro e mi faceva male a toccare le cisti, come quando la pallina del flipper tocca qualche angolo e suona o trema tutto. E spingeva da dentro e toccava da fuori in corrispondenza di queste cazzo di cisti e io sentivo male. Fa male qui? E qua? Lunedì si ricovera.
In macchina ho cercato rassicurazioni in mio babbo che tutto sommato mi pareva tranquillo e gli chiedo babbo ma cos’è questa storia della biopsia? E ho pianto perché avevo paura e mi sentivo troppo giovane per morire.
A casa ho fatto la borsina per l’ospedale ma non c’avevo manco il pigiama da metterci e c’ho infilato la tuta. In ospedale fra l’altro non c’ero mai stata, anche se c’andavo spesso da piccina perché mio babbo ci lavorava e aveva una stanza con un letto scomodissimo quando doveva fare la notte. Mi divertivo a mettermi alla scrivania, seduta sulla sedia girevole aprivo il cassetto che era sempre pieno di penne con scritte sopra le cose degli altri, i nomi delle medicine o delle case farmaceutiche, “omaggio ai signori medici”.
Sono stata ricoverata dal lunedì alla domenica e m’hanno operata il giovedì. Mio babbo veniva a trovarmi tutti i giorni mentre mia mamma stava dietro a Rama che tempo una settimana era già ingrassata. Io non capivo perché non veniva mai e chiedevo sempre come sta lo Zac? E mi dicevano sempre uguale fino a che un giorno mi hanno detto che era morto e mio babbo l’aveva portato in braccio dal veterinario che gli disse lo lasci qui – era in una specie di come dei cani – e m’aveva confessato che gli era venuto da piangere come se fosse stata una cosa strana, mi disse proprio “cazzo, m’è venuto da piangere, ci credi?". È stato anni dopo, quando Rama era ormai adulta che mi hanno detto che lo Zac in realtà era morto appena entrai in ospedale. 
L’ospedale è come la prigione, solo che non avevo commesso i reati e alle pareti c’erano delle finestre grandi. Nella stanza eravamo in sei e finché ero autosufficiente, quindi fino a prima che mi operassero, andavo in bagno da sola e mi lavavo, potevo camminare senza problemi, scendere dal letto e quelle cose lì. Dopo il mio corpo non sapevo più di chi fosse. 
Il giorno prima dell’intervento mi convocò l’anestesista che era dello stesso calibro della dottoressa della transvaginale; mi elencò i rischi cui andavo incontro con l’anestesia generale e poi mi disse che avrei dovuto firmare un foglio dove in buona sostanza declinavo l’ospedale da ogni responsabilità se fossi morta. Ma che colpa ne avrei avuta io? Comunque sia non mi restava che firmare e firmai. Dissi all’anestesista che ero un po’ agitata e lui mi rispose che mi avrebbero somministrato dei calmanti prima dell’operazione. Non il Tavor, precisai, perché l’unica volta che lo presi ebbi le allucinazioni e vidi mia mamma con le zampe di un Cocker. 
Dopo il colloquio per l’intervento l’infermiera m’arrivò con un rasoio dicendomi che o mi depilavo io o mi depilava lei. Faccio io, le rispondo. Questo rasoio onestamente mi pareva tutt’altro che sterile, pareva uno di quei timbri dell’ASL che aveva mia mamma a lavorare, oppure, per via dell’impugnatura e della testa grossa, un batticarne. Dopo la depilazione p stata la volta del lassativo che m’è costato più di bere l’acqua a stomaco vuoto. M’hanno dato una bottiglietta poco più piccola di quelle da mezzolitro e m’hanno detto bevi.
Tutta?
Tutta.
Avevo problemi a bere l’acqua, figuriamoci il lassativo gusto cioccolato. Chi sceglie il gusto delle medicine – cioccolato, lampone, banana, anice – non deve aver mai mangiato in vita sua. Mi sono tappata il naso e ho cominciato a buttarlo giù bevendo a boccia, passo passo per il corridoio.
La mattina dell’operazione la delicata infermiera del rasoio mi disse che mi dovevo misurare la febbre e mi dette il termometro. Avevo 37.3 ma mi avrebbero operata comunque perché era solo in nervoso, hai paura ciccia. Mi fecero spogliare nella stanza e mi misero addosso uno spolverino trasparente tanto per decenza, per non farmi passare nuda per il corridoio fino alla sala operatoria. Un tipo, che per me poteva anche essere uno che passava lì per caso, mi fece firmare un altro foglio dove dichiaravo di essere a conoscenza che l’operazione – della durata di quaranta minuti circa – sarebbe consistita in un taglio poco sopra l’osso pubico. Poi mi diedero delle gocce sotto la lingua che immagino fossero l’ansiolitico, fatto sta che cominciai a ridere come un’imbecille e mi sentivo leggera e salutavo le mie compagne di stanza facendo ciao con la mano. L’euforia m’è durata fino all’anticamera della sala operatoria, dove ho cominciato a tremare, un po’ perché faceva più freddo, ma soprattutto perché c’avevo paura.
Mio babbo si era fatto prestare un camice perché da quando era in pensione l’aveva dovuto restituire, ed era accanto a me in piedi, con l’infermiera. Mi ricordo di aver notato che erano tutti vestiti di verde e lei di blu, con una mascherina con la fantasia dei pantaloni di Vanilla Ice negli anni ’90. Le ho detto che avevo freddo e mi ha messo addosso una coperta come quella delle cuccette di Trenitalia che mi immagino fosse la stessa che aveva Gesù nella stalla, accanto al bue e all’asinello. Entro in sala operatoria ed è l’orrore, è ancora più freddo e vedo le luci come in ER quando muore qualcuno, evito di guardarmi in giro per paura che possa portarmi male. Mi trasferiscono dal lettino al tavolo operatorio e l’anestesista mi prende il braccio destro e me lo lega su una tavoletta a lato che sembrava quell’asse da stiro piccina per le maniche delle camicie e mentre mi attaccava i tubi addosso mi faceva parlare. Cosa studi? Mi domandò per ultimo. Poi non mi ricordo più niente, era come andare a Falgano con la Fiat Tipo 1100 senza servosterzo. Sulla strada di ritorno mi addormentavo sempre, mi stendevo per intero sul sedile dietro (lo Zac stava nel bagagliaio) e dicevo a mia mamma svegliami quando siamo arrivati e m’addormentavo e lei mi svegliava davanti al portone di casa a Firenze con la sensazione di non aver mai dormito, di aver fatto appena in tempo a chiudere gli occhi che già dovevo scendere di macchina.
Quando mi sono svegliata dall’anestesia mia mamma mi ha detto che ero incazzata nera, e ci credo, perché stavo morendo dalla voglia di pisciare ma il catetere doveva avermelo messo il postino dell’ospedale perché non funzionava. Le infermiere hanno ravanato a turno, evidentemente con le mani con cui avevano smontato la marmitta del motorino del figlio perché mi sono presa un’infezione alle vie urinarie. Mio babbo con questo fatto che non pisciavo s’è allarmato e m’ha fatto attaccare una flebo dopo l’altra e la mano non mi sopportava più l’ago, che s’era tutta illividita, e me l’hanno spostato nell’incavo del braccio. Poi ho ricominciato a pisciare e anche se non me ne accorgevo per via del catetere è stata una liberazione. Mi facevano il bidet en plein air come gli impressionisti, ma tanto all’ospedale c’era poco da vergognarsi perché si finiva sempre a parlare di stitichezza. Mio babbo mi ha detto che in sala alla fine mi avevano tolto anche l’appendice, che era infiammata, e queste cisti ovariche, tenendomi aperta con delle pinze, come un libro sul leggio.
Dopo l’operazione pensavo sarà questione di un paio di giorni per riprendersi, ma quando l’infermiera mi ha fatto provare a scendere dal letto dell’ospedale mi sono sentita come Messner vicino all’assideramento, non mi pareva possibile che m’avessero ridotta così in soli quaranta minuti. C’avevo i bruciori a pisciare, non potevo farmi autonomamente il bidet e non riuscivo a far muovere il corpo. Era come se mi avessero tolto i polmoni, me li avessero ripiegati come il sacchetto per il vomito sugli aerei e me li avessero rimessi a posto. Mia mamma, ora che lo Zac era morto, mi veniva a trovare per portarmi in bagno e io facevo sangue da tutte le parti, visto che mi erano venute pure le mestruazioni, ma il dottore alla visita di controllo post operatoria quando gli dissi guardi mi dispiace ho le mestruazioni si infilò solo i guanti di lattice e mi rispose che dopo l’intervento può capitare.
Avevo questo cerotto sterile grande come un passaporto, che mi stava a coprire il taglio, i cui lembi erano tenuti insieme da delle simil graffette formato gigante. Non solo m’avevano tolto i polmoni, non solo m’era morto il cane vecchio, ma m’avevano anche spillato l’addome.
C’ho messo quasi un mese a riprendermi.
postato da: phonomaniac alle ore settembre 20, 2009 03:00 | link | commenti (2)
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domenica, 13 settembre 2009

Stanotte ho preso la paura. Sono tornata a casa con Rama e già mi pareva che non mi entrassero le chiavi di casa in casa e ho detto no, mi devo lavare i denti che ho mangiato la cipolla, no. Poi non so come ma è andato tutto bene e sono riuscita a entrare e mi sono detta ma io ho fame prima di lavarmi i denti e ho cercato una merendina senza glutine in frigo ma non c'era perché l'avevo mangiata di pomeriggio accidenti a me. Non faccio a tempo a smettere di lamentarmi che mi passa una cosa viva accanto che non era Rama ma più bassa e ho pensato ai procioni di Candy Candy che erano tanto carini ma una volta alla tele ho sentito che sono cattivi, tipo mordono. Ho preso la paura e ho detto oddio i topi. E invece era il gatto del secondo piano che non so da dove sia passato ma usciva di corsa da camera di Mari tanto che sono andata a controllare se avesse pisciato sul letto ma magari annusava e basta. Ho svegliato Rama per farle capire che c'era il gatto e lei ha fatto avanti e indietro in casa a cercarlo fino a quando non l'ho portata in balcone e lo abbiamo visto sulle scale, dietro le grate e Rama ha pianto come due persone che vorrebbero ma non possono.

postato da: phonomaniac alle ore settembre 13, 2009 10:29 | link | commenti
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venerdì, 04 settembre 2009

La mia nuova coinquilina mi sembra molto precisa. Ancor anon si è trasferita stabilmente a casa ma ha già ammodernato.
Sono tornata dalle ferie l'altro giorno, che già mi pare lontano, e aprendo la dispensa, che a dire dispensa come mi sento vecchia non lo potete capire, anzi, prima di aprire la dispensa che c'ha il vetrame offuscato giallino e un po' si vede da fuori, ho visto che c'era dentor tipo una cartolina con la sagoma delle farfalline e dico ma pensa che delizia, che uno apre per prendre la pasta senza glutine e vede le farfalline. Era un di quei fogli farfallicidi per le tarme alimentari (cosa?) che ti s'annidano nel confezionamento aperto - o persino chiuso - e tu torni dalle ferie che non solo ti pare già lontano, ma c'hai pure il cibo ovulato di animaletti. Penso accidenti che scaltra la mia nuova coinquilina, e butto un occhio alla cartolina farfallicida e c'è appiccicato un esserino volatile ancora vivo che prova a svolazzarsi le ali ma non lo sa che più si muove e meno riesce.
postato da: phonomaniac alle ore settembre 04, 2009 13:01 | link | commenti (4)
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lunedì, 31 agosto 2009



(1)
Dalla finestra della Germania ho visto una cosa mentre mi lavavo i denti che mi ha fatto aspettare di andare a sputare la schiuma del dentifricio nel lavandino. Da quassù che sono al quarto piano mi sono affacciata per capire e facesse caldo o freddo che qui non si capisce mai bene, peggio che sotto la doccia. E giù ho visto un cane da solo che se ne correva oltre a un angolo, verso la strada e ho pensato, veloce come il pensiero di una cosa che accade sa essere, che cosa ci fa un cane solo per strada? Arriva da dietro l'angolo il padrone che vedendo il cane quasi sulle strisce si ferma, non gli corre dietro come avrei fatto io, buttandolo sotto la prima macchina tedesca che passa e piangendomi gli occhi da dolore, no, lui si è fermato, si è chinato e ha cominciato a battare le mani tra di loro e per terra in modo da attirare la sua attenzione e il cane si è fermato e gl è tornato incontro. Il padrone l'ha abbracciato e l'ha preso in collo, riportandolo via.

(2)
Oggi sono andata da Starbucks per la prima volta in vita mia. Avrebber fatto più andarci in America se l'America fosse stata da un'altra parte e quendi niente. Sono entrata, legando la bici al palo tedesco e sono entrata, immediata preda dell'aria condizionata che deve mantenere intatte le double chocolate syrup oriented cakes, muffins und whatever: la disperazione, perché se in realtà potessi mangiare cristianamente mi sarei presa la carrot cake glassata di cioccolato bianco mentre mi sono ridotta a cercare di tradurre in italiese alimentare il frappuccino della minchia con orance iced soya latte und whatever. Ho ripiegato sull'unica cosa che capivo: iced cappuccino e mi sono seduta a questo tavolno davanto alla Porta di Brandeburgo, con la bicicletta legata a un palo, due gay spagnoli accanto, abbronzatissimi e appanzati che mangiano o bevono - non so cosa si dice per le cose Starbucks - un frappuccino della minchia con la panna e il caramello che dio li aiuti e che aiuti anche a me visto che c'ho un beverone ghiacciao da finire: mezzo litro di latte di mucca metrosexual, mescolato a un caffè inghiaccito da cinque cubetti almeno. E meno male che c'ho problemi con tante cose ma non ce l'ho col latte, perché c'è da cagarsi addosso caro mio Starbucks. Io mi domando la gente perché non muoia a mangiarsi il carrot cake glassato di muffin double chocolate, bevendo un orange moka frappuccino (!), perché non muoia e non ci lasci lo spazio.
Poi me ne scendo a piscare nel seminterrato con le pubblicità anche lì del caramel frappuccino macchiato ma c'era talmente tanta luce fuori che gli occhi non mi si adattano abbastanza velocemente e m'infilo nel bagno degli uomini.

(3)
Recidiva come i criminali, dopo la visita all'acquario (euro 16,95, 'sticazzi) sono tornata da Starbuck per assaggiare un frappuccino che tuttora che lo bevo non saprei dire cosa c'è dentro, manco sapevo se fosse caldo o freddo e al solito al momento dell'ordinazione siccome le spiegazioni delle bibite filoamericane sono tutte in tedesco ho paura di mango java chips und caramel topped moka light frappuccino e ho preso una cosa semplice che devo dire mi piace un casino perché in una volta sola esaudisce il mio bisogno di zuccheri giornaliero. Penso che mi cascheranno i denti nell'immediatezza, qui davanti alla Porta di Brandeburgo dove mi do un tono a scrivere sul quadernino, a ciabatte tolte. Poi di Starbucks, oltre questo coffe frappuccino mi piace che la gente ti chiede in tedesco se la seggiola davanti a te è libera, ma lo fa indicandola e allora capisco uguale e mi do un casino di contegno e sorrido solo e faccio sì con la testa. Ed è bello che le persone che non ti conoscono ti si siedano vicine, e gli perdoni anche il fatto che sono vestite male.
All'acquario ho visto i cavallucci marini e ho dovuto scrivere un messaggio all'amica Perino come quando sono andata allo zoo ed era una cosa tristissima- Perino, sono all'acquario coi bambini e i genitori altrui e sappia, in tutta onestà, che i cavallucci marini sono brutti. Il primo cavalluccio marino pareva squilibrato nel senso che non riusciva a stare ritto e pareva come quando una persona si ubriaca fortemente. Fra l'altro questi cavallucci hanno delle pinne sulla schiena per muoversi, non come i pesci che almeno sono armonici. Secondo me dormiva perché da pochino ritto che riusciva a stare bum cadeva giù (sempre che si possa cadere quando si è immersi nell'acqua), mentre il cavalluccio accanto mi pareva più sveglio e muoveva le pinne sul dorso e s'arricciava a un rametto subacque con la coda. Alla fine dell'acquario ti fanno passare dallo shop dove i bambini comprano le riproduzione del pesce bianco e rosso e dicono Nemo Nemo! Dopo lo shop si attraversa un pezzo di corte tra due palazzi, pieno come tutto qui di negozi e posti dove andare  a mangiare. Dentro l'androne di un palazzo hanno sistemato l'acquario più grande del mondo o una cazzata del genere dove si passa dentro con un ascensore cilindrico e si guarda tutt'intorno i pesci che la guida in tedesco ti spiega e tu non capisci ma guardi e ti dai un contegno. C'era una tipa che c'avrà avuto una quarantina d'anni e c'aveva un figliolino ben educato che guardava i pesci tutt'intorno  e io guardavo questa tipa e lei guardava me appena io mi giravo verso un pesce tropicale tedesco e le riposavo gli occhi addosso e mi accorgevo che mi stava guardando perché guardandola me li toglieva lei e così per tutti i dieci minuti d'ascensore. Le ho guardato la mano per vedere se aveva la gede ma non c'aveva la fede e ho pensato chissà. Alla bocca c'aveva un taglio profondo, ricucito da poco, che le andava giù dall'angolo della bocca stessa per qualche centimetro. Quando siamo dovuti scendere ho aspettato che passasse prima perché mi sembrava una gentilezza. Thank you, mi ha detto.
postato da: phonomaniac alle ore agosto 31, 2009 22:24 | link | commenti (2)
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sabato, 01 agosto 2009

Mi mangiano le zanzare perché ho l'Autan di quando ancora vivevo nell'altra casa e forse non va più bene, Autan mi sei scaduto?

Dico esco, ci salutiamo, salutiamoci va bene

 Ci vediamo, mi dici, noi andiamo là, vieni?

Sono a piedi

Sono in bici

I miei amici hanno la macchina

Disturbo?

Sei troppo complimentosa, smetti

Allora io vado in questo posto che pareva esserci Raffaella Carrà sotto cocaina a metterci la musica e provo un senso di vergogna ASSOLUTO a ballare un qualcosa di vitale che rimanga a sud della Svezia

Chiedo il rum cooler all'unico barista al mondo che non solo non sa farlo, e me lo dice pure, ma probabilmente fino a due minuti fa ha smontato moto perché serve da bere con le unghie nere che sarei voluta scappare in farmacia a comprare il gel dell'Amuchina per disinfettarlo

Dici che merda questo rum cooler, dico c'hai ragione, certo io se mi perdo non ho nessun numero di telefono eh

Ah, non hai nessun numero di telefono eh, fa un'amica tua e tac ho il suo numero di telefono Sai com'è, hai difficoltà a scrivermi una mail

Niente, tac e ho un secondo numero di telefono di un'altra amica tua

Ma ti devo far vedere che non c'ho le malattie del sangue per un cazzo di numero di telefono? E poi la gente nei posti si struscia e si struscia per dire alla gente guarda, io mi struscio a lei che non si struscia a te ma che vorrebbe strusciarsi all'altra e intanto l'altra pensa a chi strusciarsi, io mi struscio a lei che non si struscia a te ma che vorrebbe strusciarsi all'altra e intanto l'altra pensa a chi strusciarsi e io sto sugli scalini e mi comprano anche l'acqua minerale da bere

Allora io poi vedo Perino e dico Perino, c'è tanta promiscuità in giro, non ci capisco più niente, si strusciano tutti con tutti ma mi sembrano infelici anche se sono ben vestiti, Perino

postato da: phonomaniac alle ore agosto 01, 2009 21:56 | link | commenti (3)
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giovedì, 30 luglio 2009

A volte la varietà dell’offerta permette alla gente di scegliere solo tra più scarpe brutte. Le Hogan. Le Hogan sono delle scarpe che chi se le mette dovrebbe incorrere nel taglio immediato del tratto dalla caviglia in giù. C’era un omino, appena entrato in una macchina blu prestigio più grande di un monolocale, che m’è sceso dal tram con le sue Hogan di merda che sembravano delle polacchine per chi ha problemi di deambulazione, dei gessi fatti calzature, delle stampelle podaliche: l’orrore. E l’omino, con un Nokia N qualcosa in una mano e le sigarette e il portadocumenti nell’altra, uno zaino azzurro con stampato FIAT in bianco sopra, se ne stava con le Hogan nere ai piedi con un inserto lucido, lucido dico! Ma un minimo di dignità per dio! Meglio camminare sui carboni ardenti che averci le Hogan ai piedi.
M’affaccio dal tram e vedo giù una signora che ingrana la seconda, sulla banchina aspetta un controllore dell’autobus e ho la sfortuna di vedergli le scarpe ai piedi, che dio lo perdoni: basse, stringate, di pelle nera e con una placca metallica grande come una moneta con inciso NG appiccicata sul lato esterno.
Quand’ero piccina il Mulino Bianco mise in commercio una merendina sfortunata: il Soldino. Il Soldino non era nient’altro che un Tegolino (vincente) ricoperto di cioccolata e con un soldo, di cioccolata chiaro, sopra. Il Soldino non si poteva guardare. Ecco, il controllore mi pareva viaggiasse con un paio di Soldini del Mulino Bianco ai piedi: indecoroso.
Scendo dal primo tram per attraversare la strada e solitamente farmi passare davanti il secondo mezzo pubblico, veicolo di malattia infettiva, che mortifica ogni mio tentativo di corsa in ciabatte per le strade pisciate. Annuso e sento puzzo di nettezza, ma di quella nettezza che ci riconosci gli sbrodoli, le bave e l’organico delle arance marce. Annuso ancora ma d’intorno vedo solo gente.
postato da: phonomaniac alle ore luglio 30, 2009 13:28 | link | commenti
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lunedì, 27 luglio 2009

Cane, l'alta velocità è un'altra cosa

1.

Sono arrivata alla stazione con i miei soliti venti minuti di anticipo, non fosse che la congiunzione astrale tra l’emozione di vedere Rama e le mestruazioni mi ha allarmato alle 8.57 con treno alle 8.59 perché non avevo obliterato il biglietto. Fortuna, strano a dirsi, ha voluto che guardando l’obliteratrice del binario dirimpetto mi rendessi conto del quasi fatale errore e sciabattassi verso il medesimo (binario, non errore) per validare l’interregionale biglietto per Milano e il di alta velocità prezioso tagliando che mi permetterà, con soli euro 8 sommati a euro 47 di ricongiungermi col cane. Ad aspettare al binario tre di Porta Susa che non c’ha una panchina una ma una bella distesa di cemento che a sedersi col sole pure all’otto c’hai la percezione di morire, ti pare d’essere un gatto schiacciato sulla strada, che ancora non l’ha raccattato nessuno. Accanto a me c’era una ragazza indiana sovrappeso che continuava a starnutire e mi sono dovuta girare dall’altra parte per il terrore che c’avesse – non so con che criterio da me dedotto – l’influenza A (H1N1). Non posso più sentire smoccicare qualcuno che penso abbia una malattia infettiva che aspetta solo di diffondere. Mi sono visualizzata lo sputo frammentato, che immagino scientificamente si chiami in un modo differente, volatilizzarsi nell’aere ed entrarmi dentro come nel cartone che ci facevano vedere a scuola da piccini al posto di fare scienze, Alla scoperta del corpo umano, dove per ogni cosa del corpo c’era un omino. Globulo rosso? Omino. Globulo bianco? Omino. Per cui son convinta di essere piena di gente, è chiaro che prima o poi qualcuno m’attacchi una malattia. 2. Sono alla stazione di Milano che aspetto il prestigioso ETR alta velocità per salirci in ciabatte. Trovo un posto dove mettermi a sedere e finisco accanto agli unici due cinesi che fumano in stazione e mi sposto, evitando per poco di collidere con un piccione. Questi piccioni ferroviari sono ridotti male oltre l’inverosimile della malattia dell’avifauna. Tutto questo perché m’ero fermata a guardare due carabinieri salire in stazione, totalmente incapaci di affrontare qualsiasi emergenza, pure lo scoppio di un petardo, pure la cacca di un piccione (come gli scivolano le zampe sul pavimento della stazione). Se non mi arrestassero o le cose truci che mi immagino, se solo non provassi la vergogna urlerei TARATATATA ai carabinieri grassi, mimando alla meno peggio il suono di una mitraglietta. E in realtà potrei scappare perché sono incapaci anche d’averci il fiato per rincorrermi. 3. Certo bella merda farsi due ore di interregionale senza aria condizionata e per di più coi finestrini di quasi tutti gli scompartimenti chiusi, coi bagni che in confronto il piscio di gatto è Chanel n. 5. E ora su questa fantomatica alta velocità non solo c’ho ‘sta tipa dirimpetto che continua a tirarmi calcetti negli stinchi brutta stronza che non sei altro e bella fava che ti sei comprata euro 1,50 di bottiglietta d’acqua da mezzo litro per berne quanta? Due dita? Tocca l’omino anacronistico che sale con una via di mezzo tra un secchio e una bacinella con “acqua, panini, birrette”. Chiede l’acqua e l’omino le dà l’acqua frizzante come se niente fosse (io non darei mai dell’acqua gassata se non mi fosse esplicitamente richiesto) e lei che per sua fortuna non pare italiana, se la fa cambiare con una naturale, “naturale”. Dicevo, oltre i calcetti di questa tipa onestamente dalla faccia di merda, che continua a chinarsi e poggiare la fronte sui gomiti incrociati e, smaniosa, cercare di dormire. Ci parla il capotreno che per la prima volta comunica ai gentili passeggeri (che sono gli stessi stronzi sudati dell’interregionale) che c’è a bordo addirittura, ADDIRITTURA, un addetto alla pulizia dei bagni e, in buona sostanza, se non li troviamo di nostro gradimento (piscio di gatto? Chanel n. 5?) lo possiamo segnalare e l’addetto verrà fustigato e con l’intera superficie del suo corpo, una volta scuoiato, si stamperanno biglietti di prima classe. 4. Ho il vomito. È scomparso il capotreno ed è apparsa divina la voce di un tipo che blatera di un “welcoming service” nella prima classe dove verranno serviti tè, caffè e poi inizia con una sfilza di marche e non si capisce una benedetta sega di niente (ma mai come quando si cimenta con l’inglese). Insomma, io ho pagato euro 47 per due ore di viaggio all’agghiaccio, con la gente che urla al telefono e che c’ha l’ignoranza al posto degli omini-globuli rossi mentre in prima classe mangiano gli snack incomprensibili, c’hanno i quotidiani omaggio (euro 1, oh oh oh) e, guardando fuori dal finestrino, stiamo andando a passo d’uomo. Se ha cristonato il papa perché è caduto dalle sue scarpette Prada, io che non sono papa e che viaggio in ciabatte bestemmio la madonna perché nelle campagne lombarde ci si è rotto il locomotore; è il capotreno della minchia a dircelo, gentili viaggiatori dobbiamo aspettare 90 minuti per un altro locomotore, tutto questo in italiano che a dirglielo in inglese alle americane qui accanto il capotreno della minchia non ci riesce perché gli hanno insegnato solo a dire Trenitalia wishes you a pleasant journey o Welcome on board of the Trenitalia Freccia Rossa della minchia. Torniamo a Milano Rogoredo trainati dalla motrice dal culo (nel senso di opposta a quella di testa) della Freccia Rossa. Ci hanno fatti scendere e risalire dopo minuti in numero di 15 su un altro treno che in qualsiasi altro paese userebbero per caricarci i maiali: alta velocità, dicono, io ci riesco a guardare le cose dal finestrino e finché le distinguo per me l’alta velocità è un’altra cosa.

postato da: phonomaniac alle ore luglio 27, 2009 19:32 | link | commenti (6)
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domenica, 19 luglio 2009

In questi giorni sono stata dietro alla gatta di una mia amica che in realtà non ci conosciamo tanto ma mica è carino dire in questi giorni sono stata dietro alla gatta di una conoscente, che poi c'ho bevuto insieme qualche volta e già ci siamo offerte da bere quindi va bene tutto e poi è svizzera. Insomma stavo dicendo della gatta e di questi giorni. La gatta è una persiana sorda di 15 anni che dalle vertebre lombari in giù e ancora col pelo più corto che sembra c'abbia un paio di jeans bianchi (orrore) perché aveva tutti i nodi e il veterinario ha dovuto tagliare. Quando entravo in casa non sentiva niente e immagino sia uno degli aspetti macroscopici della sordità. La trovavo a dormire sul tappeto o in bagno e la toccavo piano con la mano per non spaventarla e subito a miagolare rauca come se le si fosse appena rotto dentro qualcosa. E io ciao gatto, hai fame? Solo vaglielo a spiegare che la ciotola ce l'ha in cucina, non sente un cazzo come fai a parlarci con la sordità? E comincio a sbracciarmi davanti, hai fame? Vieni su? Fino a che non le infilo la scatoletta di tonno e manzo sotto il naso e sembra rincuorarsi ma niente, allora la prendo in braccio e la porto in cucina. Solo che mentre mangia vuole essere accarezzata, e allora accarerza il gatto e apri le finestre per cambiare aria, e cambia l'acqua nella ciotolina che non fosse dal gatto ci mangeresti pure la macedonia col gelato. E poi pulisci la sabbietta sbrodolata dalla lettiera quando il gatto fa la cacca che per essere un gatto cazzo fa un sacco di cacca quasi come Rama solo che peserà che so, un sesto? Guardo stupida la lettiera che si fa in grumi laddove è pisciata dal gatto e vedi te il progresso a volte dove porta. Sto due ore a leggere, le faccio compagnia penso, solo che la gatta sta solo in bagno con la testa appoggiata al mocio e mi schifa. Poi torno a casa e guardo dalla finestra.

postato da: phonomaniac alle ore luglio 19, 2009 22:38 | link | commenti (3)
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sabato, 11 luglio 2009

Ci sono delle contraddizioni stridenti nella modernità che mi fanno guardare storta d'ignoranza. Come all'amico piccione, amico progresso io ti domando il perché d'irrisolute questioni: perché le donne hanno ancora le mestruazioni? l'uomo è un bel pezzo che è andato sulla luna, il piccione ha probabilmente il cervelletto, perché, progresso, le donne hanno ancora le mestruazioni? Il secondo quesito riguarda le strade, ma è un po' come le mestruazioni: nel 2009 c'è ancora bisogno di gente che asfalta le strade a mezzogiorno? Respiramo il merdume catramoso che ribolle in pentoloni medievali caricati su camioncini ben lungi dall'essere euro4, s'abbronzano tutti coi segni della maglietta non si possono vedere. E le strade sono una merda. Mi sorride un* bambin* metrosexual rom mentre scrivo sul quaderno, è sporchissim*, più sporco dello sporco che si possa immaginare su un bambino con la maglietta bianca, così come i piedi e i capelli. Guarda mentro muovo la penna sui fogli, come se stessi facendo chissà cosa e io continuo e continua a guardarmi, finché non sorrido e mi sorride indietro e penso che forse è una bambina. M'intristisco sulla via per la mia ecografia transvaginale, chiedendomi se mai imparerà a leggere e a scrivere. Bel progresso del cazzo.

postato da: phonomaniac alle ore luglio 11, 2009 18:09 | link | commenti (2)
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